DOVEVA ESSERE IL NOSTRO MOMENTO
Mentre osservava impotente la ruota posteriore dell’auto, squarciata al di là di qualsiasi riparazione, e la ruota di scorta bucata, che Cloro stava utilizzando come poltrona per non sedersi sull’asfalto di quella stradina senza qualità, Leo non poté non pensare che niente di tutto quello sarebbe successo se Simone, il suo razionale e inquadrato amico Simone, non fosse entrato in una setta. Li aveva avvertiti con un messaggio sulla chat di gruppo, dicendo che voleva andare di persona in Sicilia a vederla, perché sembrava perfetta per scriverci un articolo da proporre a “Vice”. Non si era aperto in merito al tipo di setta, “non voglio creare aspettative troppo alte”, aveva detto. Poi si era comprato un volo EasyJet con rocambolesco scalo a Parigi e nessuno era più riuscito a contattarlo. Due mesi dopo, si era fatto vivo lui con una lettera – una vera lettera, dentro una vera busta, consegnata da un vero postino –, in cui scriveva nella sua calligrafia tutta inclinata, da vecchio professore: io sto bene, ma rimango qui. Questo succedeva nove mesi prima.
Perché Leo potesse tentare l’impresa di attraversare l’Italia in auto e riprenderselo, ci era voluta una colletta di cinque persone. La scelta era caduta su di lui perché in quel momento era disoccupato e perché gli era sempre piaciuto guidare. Avrebbe fatto il tassista, se quello delle licenze non fosse stato praticamente un baronato, o questo era quello che rispondeva a suo padre quando gli chiedeva: «Se ti piace guidare, allora perché non fai il tassista?».
“Allora perché non fai…” era la domanda ricorrente di suo padre. La poneva ogni volta che Leo mostrava un timido interesse, una slavata inclinazione per qualcosa. Se cucinava un piatto di pasta senza sbuffare, allora perché non faceva il cuoco? Se aveva un libro aperto sotto il naso, allora perché non faceva lo scrittore? Una volta, quando ancora vivevano insieme, era entrato nella sua stanza con un’espressione trionfante, come se avesse appena risolto il conflitto israelo-palestinese: «Visto che ti piacciono i film, perché non fai quello che scrive le trame dietro ai dvd?».
Leo era partito restando d’accordo con Max, il ragazzo di Simone, che lo avrebbe chiamato appena si fossero incontrati. Invece, anche Leo era sparito per tre mesi. E come se non bastasse, ora non stava tornando con Simone, bensì con la sconosciuta più famosa del mondo, morta – probabilmente assassinata, dicevano – da cinque giorni: la celebrità di internet Clorofrilla, detta Cloro. Un elemento umano di genere femminile composto al settanta percento da surrealtà.
Dopo aver osservato la ruota per un periodo di tempo abbastanza lungo da essere sicuro che non si sarebbe aggiustata da sola, Leo decretò: «Questo è un problema».
Cloro, tranquilla come la rugiada, fece spallucce.
«Guarda il lato positivo. Se tanto ci ammaliamo e moriamo tutti, che ti cambia?»
Lo disse senza neanche distogliere lo sguardo dal suo Tamagotchi. Con gli occhiali da sole brillanti di Swarovski sulla testa, a mo’ di corona, e il sedere incastrato nella ruota di scorta sgonfia, simile a un trono, sembrava una specie di regina della discarica.
In effetti, pensò Leo, forse era proprio così. Forse il mondo come lo conoscevano stava davvero finendo e forse, nel giro di sei mesi, solo l’un percento di miliardari che avevano potuto permettersi un razzo per Marte sarebbero stati vivi, quindi perché lui non avrebbe dovuto sentirsi bene? Nel grande schema delle cose, Leo non contava niente: e questa era un’ottima notizia.
Si lasciò scivolare dai talloni sull’asfalto e si accese una sigaretta. Cloro canticchiava Bette Davis Eyes, la sua figura incurvata sul Tamagotchi si rifletteva sulla portiera graffiata dell’auto. I suoi capelli erano ancora bruciati dalla tinta con cui aveva provato a coprire il colore per cui tutti la riconoscevano – rosa confetto – con pessimi risultati. Ora la sua testa era un po’ viola, un po’ arancione, un po’ verde, e questo, insieme agli occhi enormi troppo distanti tra loro e perennemente arrossati, le conferiva l’aspetto di un’aliena.
Cloro non era una bellezza eccezionale, non del tipo che immaginerebbe l’uomo della strada pensando a una ragazza famosa su internet, eppure dovevi guardarla. Non riuscivi a distogliere l’attenzione da lei, come da certi film: volevi vedere come sarebbe andata a finire.
Leo si appoggiò alla portiera. Cloro, che mimava sempre le persone intorno a sé, fece altrettanto. Il cielo era vasto, carico di pioggia, e si sentivano le sirene delle ambulanze che sfrecciavano lungo la strada provinciale, da qualche parte oltre le risaie. Lui fumò, lei cantò.